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venerdì 28 marzo 2014

Three Uses of the Knife.



Malgrado l'apparenza a volte piuttosto disordinata (onestamente, ci sono parti del libro un po' oscure, e occasionalmente sermoneggianti), questa collezione di pensieri di David Mamet sul teatro non riesce a fare a meno di ispirare la riflessione.

La distinzione più stimolante è quella tra tragedia e melodramma. Il melodramma, secondo Mamet, è una fantasia di potere. In esso vengono presentati un problema e la sua soluzione. Assistendovi lo spettatore, o lettore, può indulgere nella fantasia di poter trionfare (insieme all'eroe) sulle implacabili forze della storia.

Nella tragedia l'eroe è solo e non ha soluzioni. Se vince, è solo grazie alla sua forza di volontà. Come Martin Luther King: "Non ho strumenti1, se volete potete uccidermi, ma dovrete uccidermi." Alla fine della tragedia, non è l'idea "giusta" a trionfare, ma la verità. E più che trionfare, rimane nuda, esposta alla vista di tutti.

Il melodramma, secondo Mamet, parla "alla testa", la tragedia parla al cuore. Il melodramma ti fa sentire soddisfatto solo finché vi assisti, è una distrazione. Il dramma ti lascia perennemente insoddisfatto, mettendoti di fronte alla tua stessa imperfezione di essere umano. E in tal modo disvela la verità.

La differenza tra visione tragica e visione eroica della vita l'ho sempre trovata interessante. Tanto che l'ho incorporata nel mio romanzo. Avete presente il dialogo tra Hippolyte Saintvil e Gracieux?

Mamet allarga il discorso oltre il teatro alla vita di tutti i giorni, a come la nostra esistenza sia pervasa da melodrammi che ci distraggono dalla vera natura delle nostre esistenze. Uno dei quali, e non il minore, è la politica. Secondo Mamet:

"Il voto è il nostro biglietto per lo spettacolo, e la sfida del politico per sradicare riempite questo spazio non è differente dalla promessa di una superstar da film della Domenica di sopraffare il cattivo. Entrambe ci promettono svago in cambio del prezzo del biglietto, e una sospensione del nostro scetticismo."

E ancora:

"Personaggi fattivi si eleggono protagonisti, identificano ciò che causa tutte quelle spiacevoli incertezze nel nostro mondo, e giurano di espungerle. Se solo votiamo per loro."

André Glucksmann chiama David Mamet: vuole indietro la sua definizione di "integralismo".

Mamet osserva che le notizie del telegiornale sono anche esse strutturate in maniera melodrammatica, il che a mio avviso spiega perché l'informazione è così facilmente trasformabile in propaganda.

La differenza tra tragedia e melodramma pesa anche su "Three Uses of the Knife". Leggendolo pensi: "Accidenti, adesso capisco come si scrive davvero! Come posso creare una storia che il pubblico non dimenticherà mai.". Ma finitolo, dopo che hai messo tutto insieme, ti rendi conto che probabilmente si tratta di un'impresa che va oltre le tue capacità. Che la maggior parte di ciò che hai letto o a cui hai assistito nella tua vita, e che ti ha formato, sono melodrammi. Che, autori o pubblico, TRAGICAMENTE siamo fragili, insoddisfatti, esseri che ogni tanto hanno bisogno di indulgere in una fantasia di potere. E che mettere insieme qualcosa di scritto alla maniera in cui parla Mamet è difficile anche per chi tra di noi ha davvero talento.


giovedì 13 febbraio 2014

Save the Meadows.

Questo è interessante.

Anyone working in international development for non-governmental organizations (NGOs) over the past few years has likely had one of the following experiences:

1) Witnessing an external consultant or boss being flown in from abroad to “manage” the field office in [insert any non-Western nation here. Note that field office can just mean the capital city of any country outside the U.S. or Europe]

2) Being shocked at the lack of ethics in workplaces where the aim is “helping other people”

3) Working for or interacting with NGOs (such a broad category that it encompasses all manner of organizations) that serve no apparent purpose.

Finally, a new TV show exists to highlight some of the absurdities of the international aid sector. The slyly named The Samaritans is a comedy about the perils – and pleasures – of the “NGO world”. Created by a Kenya-based production company, it chronicles the work of Aid for Aid – an NGO that, in the words of its creator, “does nothing”.
Il resto qui.

Se avete letto "Liberty Charter: Territori Liberi", ricorderete sicuramente le ONG.

PS: Grazie a Pietro Monsurrò per la dritta.


giovedì 3 ottobre 2013

Tom Clancy: il capostipite.



Per chi è cresciuto negli anni '80, prima di internet e Amazon, quando i libri di storia militare in Inglese, se proprio volevi, dovevi ordinarteli in contrassegno dalla mitica "Tuttostoria" di Parma (che spacciava anche la Paladin Press), i romanzi di Tom Clancy erano dei miraggi, una chicca da farsi regalare a Natale. Tanto più che si viveva ancora in un'epoca di edizioni in copertina rigida da 50.000 Lire al pezzo.

Nelle librerie di provincia degli anni '80 gli appassionati del genere aspettavano l'ultimo Clancy come oggi i ragazzini aspettano l'ultimo Grand Theft Auto. I romanzi dello scerittore americano rompevano gli schemi anche solo per non essere confinati nella gabbia di Segretissimo Mondadori, dove veniva infilata tutta la narrativa di genere, di quel genere, considerato non degno di una edizione in copertina rigida. Per certi versi Tom Clancy anticipava la ribellione al politically correct, portando un universo americano-conservatore in un'Italia in cui non essere eurocomun-socialisti, pacifisti, e anti-reganiani era sinonimo di augurarsi una guerra nucleare.

Tom Clancy rappresentava anche altre tendenze "anni '80": il rampantismo, la speranza, il successo fai-da-te. L'assicuratore, scrittore neofita, che in un'epoca contrassegnata dalla segretezza, semplicemente facendo ricerche da appassionato su testi disponibili al largo pubblico, e giocando a giochi da tavolo (Harpoon), aveva messo insieme un romanzo che aveva, non solo venduto tre milioni di copie, ma anche fatto esclamare al Segretario della Marina americano: "Ma chi è che ha autorizzato questo?". (Riferendosi alle informazioni dettagliate e riservate contenute ne "La Grande Caccia all'Ottobre Rosso").

Tom Clancy deve essere salutato non come un romanziere, ma come un capostipite. Il genere tecno-thriller da lui lanciato con "La Grande Fuga dell'Ottobre Rosso" oggi ha preso vita propria, distaccandosi dagli stessi schemi di Clancy (romanzi lunghissimi, pesantemente geopolitici, che alternano scene di azione sul campo a scene ambientate nelle "stanze dei bottoni" della politica e della burocrazia), e fondendosi nel tempo con un'altro genere tipico della Guerra Fredda, quello di spionaggio all'Inglese, per dare vita ai tecno-thriller moderni.

Ai tempi di Tom Clancy tutto era confronto Est-Ovest. L'Occidente era ancora il centro dell'universo, e come organizzazione terroristica l'IRA riceveva molta più attenzione di Hezbollah. Oggi i tecno-thriller raccontano di Forze Speciali e mercenari, e si svolgono spesso in nazioni fallite (categoria pressoché sconosciuta durante la Guerra Fredda). Terroristi religiosi e fanatici hanno sostituito i freddi e calcolatori apparatchik dell'Unione Sovietica nel ruolo di cattivi.

Anche per chi, come me, si trova più a suo agio nell'avventuroso mondo del nuovo (dis)ordine mondiale, Tom Clancy rappresenta la nostalgia per l'epoca dei discorsi lunghi sei ore dell'Ambasciatore della Bulgaria all'assemblea delle Nazioni Unite.




venerdì 30 agosto 2013

Letture delle vacanze.

Di ritorno dalle ferie, ho pensato di rivelare al mondo i libri che mi hanno tenuto compagnia.





Brad Thor è uno degli autori di tecno-thriller più in voga del momento. Finalmente ho trovato il tempo di leggere un suo romanzo, e adesso sono ufficialmente un fan di Brad Thor.

Lo stile e la struttura incarnano molto bene quello che secondo me deve essere il tecno-thriller moderno, e sono simili a quelli che ho cercato di usare in "Liberty Charter: Territori Liberi".

Pubblicato prima delle rivelazioni di edward Snowden sul programma NSA/Prism, il romanzo si occupa profeticamente proprio di controllo governativo sulla privacy dei cittadini, dipingendo un quadro realistico ed inquietante.

Ottime le scene d'azione, intriganti i personaggi, esotiche le locazioni... Insomma, ad un tecno-thriller è difficile chiedere di più.

Tier One Wild, di Dalton Fury.



Dalton Fury è lo pseudonimo dell'ufficiale della Delta Force che guidò la caccia a Bin Laden in Afghanistan nel 2001. Ritiratosi dal servizio, nel 2009 Fury raccontò quella storia in un libro. Il risultato però non fu un granché. Il testo era noioso e pesante, al punto da essere davvero difficile da leggere.

Da allora Dalton Fury deve aver preso lezioni di composizione creativa, oppure aver assunto un bravo ghost writer, perché le sue opere di fiction sono invece piuttosto belle.

Tier One Wild è una storia che ruota intorno ai tentativi da parte di Al Qaida di trafugare missili antiaerei spalleggiabili avanzati dagli arsenali del deposto Muammar Gheddafi, e di utilizzarli in Occidente per attentati terroristici contro aerei di linea. La Delta Force viene incaricata di fermare i terroristi.

Il romanzo beneficia della esperienza sul campo di Dalton Fury, e l'ambientazione dell'unità antiterrorismo, con le sue dinamiche sociali e culturali interne, è molto pregevole.


Los Angeles Noir, di autori vari.



La collana Akashic Noir pubblica raccolte di racconti sul mondo del crimine, ciascuna delle quali dedicata ad una singola grande metropoli, con ogni racconto ambientato in un quartiere diverso.

Come in ogni raccolta di racconti ce ne sono di più belli e di meno belli, e alcuni che sono noir solo per modo di dire, ma in generale la collana non delude mai, e Los Angeles Noir non fa eccezione.


Sentinel: Become the Agent in Charge of Your Own Protection Detail, di Patrick McNamara.



Scritto da un ex-membro della Delta Force, questo libro parla di tattiche di autodifesa, ed è parte della bibliografia da ricerca per il secondo romanzo della serie "Liberty Charter".


Securing Japan: Tokyo's Grand Strategy and the Future of East Asia, di Richard Samuels.


Un saggio sul pensiero strategico del Giappone dalla Restaurazione Meiji ad oggi. Interessante, ma piuttosto accademico.

venerdì 12 aprile 2013

Tre milioni di luci spente



Potrà far piacere, e magari un pizzico di invidia, sapere che negli Stati Uniti ci sono romanzi autopubblicati in Kindle Direct Publishing che vendono tre milioni di copie.

E' il caso di "Lights Out", il cui autore, David Crawford, è un appassionato di escursionismo e sopravvivenza improvvisatosi scrittore. Il romanzo appartiene a un filone ormai diventato mainstream anche tramite serie Tv come "Jericho" e "The Walking Dead", quello survivalist, che descrive il collasso della società moderna dopo un qualche tipo di catastrofe naturale o causata dall'uomo. Si tratta di un genere diventato progressivamente di moda dopo gli attentati dell'11 Settembre 2001 ed eventi come il rovinoso Uragano Katrina di New Orleans del 2005. In particolare in "Lights Out", come suggerito dal titolo ("Luci Spente", in Italiano), la catastrofe è rappresentata dalla distruzione della rete elettrica nazionale degli Stati Uniti a mezzo di un impulso EMP generato dalla detonazione di testate nucleari in quota nell'atmosfera.

E allora il protagonista, un contabile di provincia di nome Mark Turner, sposato e abitante dei sobborghi con 2.5 figli (2 per la precisione) si ritrova sulle spalle l'oneroso compito di organizzare il suo vicinato "classe media" in un'entità cooperativa che possa provvedere alla sicurezza, al procacciamento del cibo, alla scolarizzazione dei bambini, alle necessità sanitarie.

Ed è questa la vera particolarità nascosta di questo tipo di storia, spesso trascurata in favore del catastrofismo: gli eroi sono gente comune. Padri, madri, figli, amici e vicini, costretti a mobilitarsi tutti insieme per la sopravvivenza.

Si tratta di un genere narrativo intrinsecamente libertario. In esso raramente lo Stato viene rappresentato come una forza positiva, e praticamente mai come indispensabile alla sopravvivenza. L'idea che lo Stato sappia ciò che è meglio per tutti, non riscuote un grande successo in questo genere narrativo.

La particolarità di "Lights Out" è anche di respingere sia il catastrofismo "fine di mondo" alla "The Walking Dead", sia il survivalism del tipo "io contro tutti", in favore invece di uno scenario in cui i "tempi duri" sono lunghi, ma non infiniti, e in cui la gente coopera come meglio può, piuttosto che lanciarsi in una lotta hobbesiana più o meno metaforica del mondo e della politica estera, alla George Romero. In "Lights Out", perfino il retroscena su chi e perché abbia attaccato gli USA distruggendone la rete elettrica, non viene investigato*, tagliando così fuori anche il cospirazionismo di sfondo alla "Jericho". La trama si dipana interamente intorno alla gente del quartiere di Turner e ai loro sforzi per sopravvivere.

Ed è questo probabilmente il segreto del successo popolare di "Lights Out", la cui trama è, a essere onesti, senza grandi sorprese, e i personaggi simpatici, ma non eccezionalmente intriganti. I protagonisti sono gente comune che reagisce a eventi provocati da forze più grandi di loro sulle quali non hanno nessun controllo. Al lettore viene proposto di identificarsi con un eroe che non è un uomo troppo diverso da lui, piuttosto che a uno che è in qualche modo "prescelto" o "speciale", uno che solo lui può salvare l'universo.

Visto il successo del romanzo, è partita una sottoscrizione online per la realizzazione di un film indipendente tratto dallo stesso (in effetti, contare su Hollywood sarebbe inutile), il trailer di presentazione, che potete vedere qui sotto, non lascia dubbi riguardo il tema della storia.



 

E' significativo vedere come l'autopubblicazione, tramite gli strumenti offerti da iniziative come KDP, riesca a riempire nicchie di mercato che la grande editoria (o cinema, o televisione) non riescono, o non vogliono, riempire, e ad identificare trends in anticipo, e io personalmente spero che il successo di esperimenti come "Lights Out" continui e si faccia sempre più significativo.

*Almeno finora. Sono a circa metà del romanzo.

giovedì 4 aprile 2013

Doctor Strangehyppolite.

"L’Europa sogna di diventare una grossa Svizzera fatta di neutralità, buone intenzioni, e senso di superiorità morale. Gli Stati Uniti sono divisi tra quelli che la pensano come gli europei, e quelli che sognano di tornare alla sana vita di campagna delle colonie originali. Più quelli che aspettano la fine del mondo." - Hyppolite Saintvil, politico haitiano.

Questa citazione da "Liberty Charter: Territori Liberi" appare in un articolo de Linkiesta a firma del mio coltissimo lettore Pietro Monsurrò.

I miei personaggi si mettono a dare lezioni di relazioni internazionali... Non lo so come finirà.


martedì 19 marzo 2013

Gli ebook di Laurana Editore



Non credo sia un mistero per nessuno che in tutto il mondo, e l'Italia è in testa, gli editori tradizionali non hanno mai avuto molta simpatia per gli ebook, spesso facendo anche del loro meglio per ostacolarne la diffusione.

Per tal motivo, l'idea di Laurana Editore, casa editrice milanese, di introdurre la collana Reloaded per riproporre in formato ebook titoli della recente narrativa italiana già pubblicati da altri editori, ma ormai fuori stampa, rappresenta, oltre che un'iniziativa lodevole, un segnale molto positivo.

Laurana si è anche curata di mantenere i prezzi bassi e di rendere i romanzi facilmente disponibili tramite Bookrepublic e Amazon.

Se vogliamo sperare che gli ebook si diffondano in Italia, iniziative come questa sono fondamentali, perciò premiate Laurana dando un'occhiata alla collana Reloaded, potreste trovare qualcosa che vi piace.

Io personalmente ne ho approfittato per comperarmi "I Compagni del Fuoco", del mio amico Ernesto Aloia, a suo tempo pubblicato da Rizzoli, cosa che mi consentirà di essere più disinvolto nel prestare la mia copia cartacea a chi non possiede un e-reader.

I Compagni del Fuoco racconta la storia di una coppia medioborghese di Torino che inaspettatamente di ritrova in casa un figlio adolescente che invece di ammirare i calciatori e le veline ammira Bin Laden e i Talebani. Una storia che ricostruisce con ironia surreale l'atmosfera della "Guerra Globale al Terrorismo" di George W. Bush così come l'abbiamo vissuta in Italia. 

UPDATE: Ernesto racconta il romanzo sul suo blog.

lunedì 18 febbraio 2013

L'attacco degli auto-pubblicati.

 

Quando ho deciso di scrivere, naturalmente sono passato attraverso l'inevitabile rituale di infilare il naso in quelli che io chiamo "libri su come scrivere libri", e tra tutti i writing coach il mio favorito è presto diventato l'Americano James Scott Bell. Credo di avere tutti i suoi testi, che sono senz'altro quelli che mi hanno insegnato di più. Seguo anche la sua colonna domenicale sul blog The Kill Zone, che trovo sempre incoraggiante.

Bell è un sostenitore dello scrivere sempre e scrivere tanto, del pubblicare il più possibile, e del rimettersi continuamente in gioco sfidandosi a sperimentare generi diversi. Il suo modello dichiarato sono gli scrittori della Grande Depressione, quelli che dovevano completare una storia e venderla per saldare il conto dal droghiere. Da questo punto di vista è poco sorprendente che, a differenza di altri scrittori "pubblicati", abbia abbracciato entusiasticamente l'autopubblicazione in formato digitale. Non solo la pratica egli stesso, ma l'incoraggia, sperando che si torni proprio a quei tempi delle dime novels, con gli scrittori chini sulla scrivania.

E' poco sorprendente perciò che James Scott Bell abbia aggiunto alla sua collezione di "libri su come scrivere libri" uno espressamente dedicato all'autopubblicazione in formato digitale, naturalmente rilasciato su Kindle Direct Publishing: Self-Publishing Attack! The 5 Absolutely Unbreakable Laws for Creating Steady Income Publishing Your Own Books.

Come già successo con gli altri libri di Bell, questo è il miglior testo sull'argomento che ho incontrato finora, perciò ho pensato di condividerne i consigli fondamentali.

Primo consiglio: pensate come un editore. In fondo, siete gli editori di voi stessi, e dovete fare tutto il lavoro "sporco". Secondo Bell, le case editrici sono alla ricerca di tre cose: 1) un libro che venda, 2) un libro che abbia una "voce" nuova e fresca, 3) un autore che continui a scrivere. Come editori di voi stessi, dovete assicurarvi di essere capaci di fare lo stesso.

Inoltre, dovete essere capaci di fare marketing, di promuovere ciò che pubblicate presso il lettore. in ultima analisi, di far sapere che i vostri romanzi, racconti, e poesie, esistono. Per il marketing, James Scott Bell propone un piano in quattro punti: 1) strategia di prezzatura, 2) presenza sui social media, 3) newsletter, 4) recensioni, interviste, e blogging.

Per ciò che riguarda i prezzi, devono essere ragionevoli, ma non troppo bassi (Bell propone (in $) .99 per un racconto, da 1.50 a 2.99 per un romanzo breve, e 3.99 per un romanzo di più di 50k parole).

La presenza sui social media deve puntare a costruire un rapporto con il lettore e con gli altri autori, e non alla auto-promozione spudorata, e dovrebbe essere limitata ad un numero contenuto di piattaforme (qualità piuttosto che quantità). In essenza, sui social media bisogna dare più di quanto si riceve.

Ma la pubblicazione di ebook ha particolarità non condivise dalla pubblicazione tradizionale, e James scott Bell si cura di evidenziarle, impartendo preziosi consigli su come scrivere una quarta di copertina e preparare un'anteprima, sull'importanza di scegliere un copertina efficace, sull'editing, sul trattare con i Beta Readers, sulla formattazione, e perfino sui diritti di copyright.

Infine Bell impartisce il consiglio più prezioso di tutti, quello di non mollare mai.

Se siete interessati all'autopubblicazione, questo testo può insegnarvi molto. In verità, la cosa più difficile, per un autore indipendente, rimane mettere in pratica i consigli di Bell sull'"ammazarsi di scrivere" e sul non perdersi mai d'animo.

lunedì 4 febbraio 2013

Castigo Cay di Matthew Bracken



  

In passato mi ero già imbattuto in alcuni romanzi di Matthew Bracken, ma dopo averli sfogliati, o aver letto un'anteprima, non mi ero mai deciso ad acquistarne uno. Mi sembrava che le trame fossero pretestuose e virassero su un cospirazionismo per il quale non ho mai avuto simpatia. Castigo Cay pende ideologicamente ancora un po' a destra, ma da un punto di vista narrativo rappresenta sicuramente un'evoluzione, una storia molto più raffinata di una becera teoria del complotto.

Di fatto, devo rendere omaggio a Matthew Bracken per aver saputo descrivere con grande perizia le forme di totalitarismo soft con le quali lo Stato moderno continua ad estendere il suo controllo sui cittadini. Bracken narra di un "mondo prossimo venturo" invasivo, ipercontrollato, e impoverito, con lo Stato di Diritto in continua ritirata, in cui l'unico modo per prosperare è affiliarsi in qualche maniera al governo e ai suoi patroni politici.

In questo mondo, un giovane veterano dell'Iraq viaggia per mare alla ricerca della sua libertà e indipendenza, a bordo di una goletta chiamata "Rebel Yell", accompagnato solo da un eclettico equipaggio che comprende un cuoco ex-vietcong e un medico di bordo argentino la cui famiglia è stata distrutta nel disordine post-crollo economico.

Tallonato dall'ufficio delle imposte, e da tutte le altre forma di pervasiva burocrazia statale che oramai rifiutano di concedere che esistiamo senza di essa, il nostro eroe sarà costretto a rischiare il rientro in patria per soccorrere una sua ex, che sospetta essere in pericolo ad opera di un sadico milionario senza scrupoli.

Un po' Orwell, un po' Conrad, il romanzo beneficia della conoscenza dell'autore, anch'egli come il protagonista navigatore esperto, dell'opaco mondo dei piccoli porticcioli turistici, delle isolette caraibiche che si sostengono con turismo e contrabbando, e delle pseudo-democrazie autocratiche dell'America Latina, alle quali la descrizione della Florida iper-statalista dell'ipotetico futuro deve molto.

Gli eroi della storia sono tutti ribelli, piccoli coraggiosi dissidenti impegnati a sfuggire al Leviatano come possono, meglio descritti nel paragrafo finale del romanzo: "Per fare una rivoluzione, per essere un rivoluzionario, devi credere in qualcosa. Qualche nuovo grande piano al quale tutti obbediscano. Ma per essere un ribelle, non devi credere in niente. Sei solo un ribelle, e vuoi solo restare libero."

Lo stile narrativo è un tantino prolisso e occasionalmente ripetitivo, ma niente che non si possa superare. Ho letto il romanzo fino alla fine e con piacere. L'unico altro punto negativo è la copertina, veramente dilettantesca, il che rappresenta un peccato capitale nel campo della pubblicazione elettronica indipendente. Se non ne avessi sentito parlar bene di Castigo Cay su un forum, non ne avrei mai scaricato un'anteprima vedendo solo la copertina tra i consigli Amazon, e anche per questo sono lieto di passare il testimone pubblicando questa recensione.

Castigo Cay.

mercoledì 30 gennaio 2013

"Giustificati" a guardarlo.



Dopo averne sentito parlare bene per un po', ho finalmente deciso di mettere da parte il tempo per guardare "Justified", la serie televisiva "hillbilly noir" della FX.

Non si tratta di uno dei tanti polizieschi, ma di una serie d'autore. La storia originale si basa sul racconto "Fire in the Hole" di Elmore Leonord, prolifico scrittore noir e western americano, che in sessant'anni di carriera ha generato storie come "Quel treno per Yuma", "Jackie Brown", "Get Shorty", e "Out of Sight". Elmore Leonard figura anche tra i produttori esecutivi della serie, presumibilmente col compito di sorvegliare che essa non perda il suo originale spirito.

Il protagonista principale, lo U.S. Marshall Raylan Givens, era precedentemente apparso anche in due romanzi di Leonard: "Pronto" e "A Caro Prezzo". Si tratta di un poliziotto del 21° Secolo con l'anima (e i metodi) di uno del 19°. La serie inizia con Givens che, dopo essere rimasto coinvolto in una sparatoria legalmente giustificata (justified), ma politicamente scottante, viene allontanato dall'ufficio di Miami del Marshall Service e, letteralmente, rimandato da dove viene: la zona rurale orientale dello stato del Kentucky, al confine con il West Virginia. In pratica, il paese degli "hillbilly". Il "ritorno a casa" costringerà Raylan Givens a confrontarsi con il suo passato, perché la nativa Harlan County è un po' come la provincia italiana. Tutti quanti si conoscono, tutti quanti hanno "history", una storia che li lega nel passato, e spesso conti in sospeso.

A prestare il volto a Raylan Givens è stato chiamato Timothy Oliphant, il Seth Bullock di "Deadwood". Serie da me indimenticata, che rappresenta, insieme a "The Shield", il meglio della produzione anni 2000. Per come la vedo io, in "Justified" è come se finalmente Seth Bullock fosse credibile. Bullock, una figura molto simile a quella di Givens, è sempre stato uno dei personaggi più deboli di Deadwood, non a caso eclissato sulla scena dal suo antagonista, l'indimenticabile Al Swearengen interpretato da Ian McShane. Con la sua interpretazione del Marshall Givens, Timothy Oliphant finalmente si rifà.

La serie ruota soprattutto intorno all'ambientazione: un'America rurale fatta di miniere di carbone, fattorie, trailer park, fucili a pompa, lavori occasionali ed economia di sussistenza, piantagioni clandestine di marijuana, laboratori per la realizzazione della metanfetamina, e musica bluegrass. Ma sono soprattutto i personaggi a intrigare. Non solo quelli di supporto, come l'amico d'infanzia di Givens e ora principale antagonista, Boyd Crowder, ben interpretato da walton Goggins (The Shield), un criminale geniale, ma di provincia, un grosso pesce in un piccolo stagno, ma anche tutti i personaggi ricorrenti e occasionali.

Ed è in questo che si vede la bravura degli autori di "Justified". Nell'essere capaci di trasformare ogni piccolo episodio, ogni incontro dei Marshall nel corso delle loro investigazioni con un sospetto o un testimone, in un evento a sé. Mai noioso e a volte indimenticabile.

E questa è forse la parte migliore della serie, anche meglio delle attentamente studiate atmosfere, e delle trame generalmente convincenti.

La serie è già alla quarta stagione, io sono alla prima. Ci ho messo un po' a prenderci gusto (i primi 4-5 episodi), ma ne valeva la pena. Per guardarla in Inglese dovrete affinare l'orecchio all'accento campagnolo del Profondo Sud. In Italiano, è in onda da qualche parte sul satellite con il titolo: "L'uomo della Legge".

 
E nel frattempo beccatevi questa bluegrassata: la canzone della sigla.