venerdì 30 agosto 2013

Letture delle vacanze.

Di ritorno dalle ferie, ho pensato di rivelare al mondo i libri che mi hanno tenuto compagnia.





Brad Thor è uno degli autori di tecno-thriller più in voga del momento. Finalmente ho trovato il tempo di leggere un suo romanzo, e adesso sono ufficialmente un fan di Brad Thor.

Lo stile e la struttura incarnano molto bene quello che secondo me deve essere il tecno-thriller moderno, e sono simili a quelli che ho cercato di usare in "Liberty Charter: Territori Liberi".

Pubblicato prima delle rivelazioni di edward Snowden sul programma NSA/Prism, il romanzo si occupa profeticamente proprio di controllo governativo sulla privacy dei cittadini, dipingendo un quadro realistico ed inquietante.

Ottime le scene d'azione, intriganti i personaggi, esotiche le locazioni... Insomma, ad un tecno-thriller è difficile chiedere di più.

Tier One Wild, di Dalton Fury.



Dalton Fury è lo pseudonimo dell'ufficiale della Delta Force che guidò la caccia a Bin Laden in Afghanistan nel 2001. Ritiratosi dal servizio, nel 2009 Fury raccontò quella storia in un libro. Il risultato però non fu un granché. Il testo era noioso e pesante, al punto da essere davvero difficile da leggere.

Da allora Dalton Fury deve aver preso lezioni di composizione creativa, oppure aver assunto un bravo ghost writer, perché le sue opere di fiction sono invece piuttosto belle.

Tier One Wild è una storia che ruota intorno ai tentativi da parte di Al Qaida di trafugare missili antiaerei spalleggiabili avanzati dagli arsenali del deposto Muammar Gheddafi, e di utilizzarli in Occidente per attentati terroristici contro aerei di linea. La Delta Force viene incaricata di fermare i terroristi.

Il romanzo beneficia della esperienza sul campo di Dalton Fury, e l'ambientazione dell'unità antiterrorismo, con le sue dinamiche sociali e culturali interne, è molto pregevole.


Los Angeles Noir, di autori vari.



La collana Akashic Noir pubblica raccolte di racconti sul mondo del crimine, ciascuna delle quali dedicata ad una singola grande metropoli, con ogni racconto ambientato in un quartiere diverso.

Come in ogni raccolta di racconti ce ne sono di più belli e di meno belli, e alcuni che sono noir solo per modo di dire, ma in generale la collana non delude mai, e Los Angeles Noir non fa eccezione.


Sentinel: Become the Agent in Charge of Your Own Protection Detail, di Patrick McNamara.



Scritto da un ex-membro della Delta Force, questo libro parla di tattiche di autodifesa, ed è parte della bibliografia da ricerca per il secondo romanzo della serie "Liberty Charter".


Securing Japan: Tokyo's Grand Strategy and the Future of East Asia, di Richard Samuels.


Un saggio sul pensiero strategico del Giappone dalla Restaurazione Meiji ad oggi. Interessante, ma piuttosto accademico.

lunedì 1 luglio 2013

L'arma che ha ucciso Osama (e quella che avrebbe potuto).



Io mi faccio delle pippe mentali che voi non credereste mai possibili.

L'altro giorno, per esempio, mi è venuto in mente che nella linea temporale alternativa in cui si ambienta il mio romanzo "Territori Liberi", Osama Bin Laden probabilmente sarebbe stato ucciso da un Solomon Rifle.

Seguitemi nel vortice della follia fantastorica armiera (se ne avete il coraggio).

L'arma che ha ucciso Osama Bin Laden è, a quanto riportato, un Heckler&Koch 416, versione di fabbricazione tedesca della carabina americana Colt M4.

L'Heckler&Koch 416

La stessa arma in versione tatti-figa

La storia dello sviluppo dell'H&K 416 è la seguente:

Nel 1979 lo U.S.Army crea la Delta Force, un reparto di élite destinato a combattere il terrorismo. Dato che si prevede che l'unità faccia un sacco di combattimento in spazi ristretti (liberazione di ostaggi, ecc.), i suoi operatori si mettono alla ricerca di una pistola-mitragliatrice adatta alla bisogna.

La prima pistola-mitragliatrice della Delta è in realtà il vecchio M3 Grease Gun della
Seconda Guerra Mondiale, ancora in servizio con l'esercito regolare e del quale c'è una grande disponibilità nei depositi. Ma il Grease Gun è un'arma antiquata e rozza, capace solo di fuoco automatico, con la quale non vorresti davvero ritrovarti a mirare a un terrorista che tiene la pistola alla tempia di un ostaggio. Ha però una caratteristica che gli operatori della Delta apprezzano molto: è camerata per il calibro .45ACP, che gli Americani all'epoca (e generalmente ancora oggi) preferiscono al 9mm parabellum.

Ma negli anni '80 la pistola mitragliatrice preferita da tutte le unità controterrorismo del mondo è camerata per il 9mm. Si tratta della Heckler&Koch MP5, che viene reputata l'arma migliore per quei particolari compiti per una serie di motivi, il principale trai quali è che spara ad otturatore chiuso, cosa che la rende molto più precisa di ogni altro concorrente. La scelta è quasi obbligata, e la MP5 diventa l'arma standard per il combattimento ravvicinato della Delta.

Sembra di capire che la Delta Force abbia chiesto alla H&K di creare una pistola-mitragliatrice che sparasse ad otturatore chiuso camerata per il calibro .45, e che la ditta tedesca abbia nicchiato fino a fine anni '90, introducendo infine la H&K UMP quando era troppo tardi.

Alla fine degli anni '90 le unità antiterrorismo stanno iniziando a cambiare idea sulle pistole-mitragliatrici come arma standard per il combattimento in spazi ristretti. Otturatore chiuso o no, le pistole-mitragliatrici sparano pur sempre una cartuccia da pistola, che può essere fermata dai giubbotti antiproiettile più leggeri. Inoltre, lo scenario con due terroristi barricati in una stanza con quattro o cinque ostaggi incomincia ad essere visto come antiquato. Nell'espugnare un edificio, o un gruppo di edifici, gli operatori possono facilmente ritrovarsi a combattere sia all'aperto che al chiuso nel corso della stessa missione (come successo a Mogadiscio nel 1993). In tali condizioni, essere armati con una MP5 significa imbracciare un'arma efficace solo fino a un centinaio di metri o poco più. Gli operatori iniziano perciò a guardare alle cosidette "sub-carbines", ovverosia fucili d'assalto con la canna accorciata. Molto accorciata.

Le forze per operazioni speciali americane hanno in inventario da molti anni proprio un'arma del genere. Si tratta del CAR15 (in alcune varianti chiamata XM177, o Colt Commando), una versione carabina del loro fucile M16 standard, la cui canna è stata accorciata della metà: da 20'' a 10''.

Ma c'è un problema. Nel CAR15 per dimezzare la canna è stato necessario accorciare drammaticamente anche il sistema di recupero del gas, che per chi non lo sapesse è quello che consente all'arma di funzionare a ripetizione. Il sistema di recupero del gas dell'M16/CAR15 è del tipo cosidetto "a sfruttamento diretto", e si presta male a questo tipo di giochetti. Di conseguenza, l'arma risulta piuttosto inaffidabile.

A questo punto della storia fa la sua entrata in scena il Sergente Maggiore Larry Vickers, sottufficiale in carica della unità Research&Development della Delta Force e grande esperto di armi (un ingegnere meccanico per formazione).

Larry Vickers con uno dei primi prototipi dell'H&K 416

Nel corso degli anni la Delta Force aveva finito per sviluppare un buon rapporto con la Heckler&Koch, e nel 2001, nel corso di una visita alla fabbrica di Oberndorf, Vickers avanza presso Ernst Mauch, l'allora CEO della compagnia tedesca, l'ipotesi di costruire un CAR15 maggiormente affidabile. L'idea sarebbe di mantenere la forma esteriore e i comandi dell'M16, al quale gli Americani sono abituati, sostituendo il sistema di funzionamento a sfruttamento diretto dei gas con uno con pistone a corsa corta, molto più facilmente adattabile a diverse lunghezze di canna.

Gli ingranaggi si mettono in moto su entrambe le sponde dell'Atlantico, e nel 2004 la Delta Force riceve i primi esemplari di serie del nuovo fucile, ora denominato H&K 416, interamente sviluppato in base alle specifiche dei suoi operatori.

Il successo dell'H&K 416 in mano alla Delta fa sì che venga adottato da molte altre unità per operazioni speciali in tutto il mondo, compresi i Navy Seals del DEVGRU. Nel 2010 il DEVGRU effettua un raid su un compound di Abbottabad, in Pakistan, durante il quale rimane ucciso "lo sceicco del terrore", Osama Bin Laden.

Il raid di Abbottabad ricostruito nel film "Zero Dark Thirty" (hours of boredom). Le armi sono H&K 416.

Fin qui la storia reale. Ma se la storia si fosse svolta nella linea temporale alternativa narrata in "Liberty Charter: Territori Liberi"?

Vediamo.

Tutti quelli che hanno letto il romanzo ricorderanno senz'altro che il fucile d'assalto favorito dei Territori Liberi, il Kalashnikov o AR-15 chartista, è l'immaginario Solomon Rifle, affettuosamente detto "Liberty Gun", camerato per l'altresì immaginario calibro 6,5x45mm.

Questa avrebbe dovuto essere un'immagine del Solomon Rifle. Ma siccome finora sono stato capace di produrre soltanto un modello 3D bruttissimo (sono uno scrittore, non un grafico), Solomon Kane è quanto di meglio ho potuto fare.

I lettori più attenti (o meglio quelli più ossessivi), ricorderanno anche che nel romanzo viene precisato che il Liberty Gun funziona con un affidabile sistema di recupero di gas con pistone a corsa corta e otturatore rotante. In pratica lo stesso di molte armi realmente esistenti, tra i quali l'H&K 416.

Ma non tutti sanno, anche perché me lo sono inventato io nel delineare la storia dello sviluppo del Solomon Rifle per il romanzo e non l'ho mai messo su carta (e perciò sarebbe forse il caso di dire che nessuno tranne me lo sa), che durante la Guerra Fredda la Solomon Firearms produsse varianti del suo fucile camerate anche per i più comuni calibri sovranisti (se quest'ultima parola vi risulta sconosciuta avete un po' di shopping da fare su Amazon, Kobo, o Createspace), come il 5,56 NATO e il 7,62 sovietico. Ma soprattutto produsse anche la Solomon PCC (Pistol Caliber Carbine), una variante pistola-mitragliatrice del Solomon Rifle, sia in calibro 9mm che in .45.

Torniamo perciò alla fondazione della Delta Force nel 1979. La neocostituita unità è alla ricerca di una pistola-mitragliatrice che spari ad otturatore chiuso e camerata per la cartuccia .45ACP. Nel mondo reale un'arma del genere non sarà disponibile prima di molti anni ancora, e la scelta di ripiego è la H&K MP5 in 9mm. Ma nella nostra linea temporale alternativa, la Solomon PCC è esattamente ciò che la Delta Force sta cercando. Viene perciò adottata.

Potremmo forse anche spingerci a ipotizzare che le forze per operazioni speciali occidentali abbiano a quel punto già una certa familiarità con il Liberty Gun. In fondo, i Territori Liberi del Charter hanno combattutto la Seconda Guerra Mondiale al fianco degli Alleati, e il Solomon Rifle sarebbe in tal caso stato l'unico vero fucile d'assalto disponibile. I Commandos di Winston Churchill sarebbero andati in azione contro i nazisti con LeeEnfield e Thompson avendo la possibilità di farsi spedire qualche Solomon Rifle attraverso il Canada? E a guerra finita, il ricostituito SAS si sarebbe gettato nella "Emergenza Malese" armato di carabine Winchester M1/M2, oppure avrebbe tirato fuori dai depositi qualche Liberty Gun rimasto dai tempi dei Commandos? In Vietnam, il MACV-SOG, al quale è stato dato ordine di utilizzare solo armi straniere per mantenere la "negabilità plausibile" durante le sue ricognizioni segrete in Laos e Cambogia, ha da scegliere tra il Carl Gustav M/45 e il Solomon Rifle. Scelta difficile?

Insomma, nessun esercito NATO adotta il Liberty Gun, che è camerato per un calibro non ortodosso, nel dopoguerra. Ma ce ne è sempre qualcuno in giro, da qualche parte, in fondo alle armerie delle unità "particolari", magari acquisito in pochi esemplari tramite canali insoliti...

In ogni caso, arrivano gli anni '90 e la Delta Force vuole abbandonare le sue pistole-mitragliatrici in favore di una "sub-carbine" affidabile. Deve avere un sistema a recupero di gas con pistone a corsa corta per funzionare al meglio anche con canne molto accorciate, e deve avere comandi già familiari agli operatori Delta.

A questo punto è molto più facile immaginare che il Sergente Maggiore Vickers, o chi per lui, piuttosto che a Oberndorf in Germania si rechi nel Territorio Libero dell'Arizona, a parlare con l'industria d'armi che già produce una versione calibro 5,56mm della pistola mitragliatrice che la sua unità usa già da tanti anni. Gli ingranaggi si mettono in moto su entrambe le sponde del Rio Grande, e nel giro di pochi anni i Chartisti hanno pronto un Solomon Rifle in calibro standard NATO costruito secondo le specifiche della Delta Force. E magari, siccome sono gente fatta così, ne mettono in vendita anche una versione civile che non è l'MR556.

Dalla Delta Force l'arma migra nelle mani di altre unità speciali, incluso il DEVGRU, e finisce per fare la storia ad Abbottabad.

Da qui in poi si possono immaginare un mucchio di scenari paralleli. Con il Solomon Delta (mica male come nome), richiesto da ogni altra unità speciale del mondo occidentale, la Heckler&Koch che insiste a proporre inutilmente il G36, gli Iraniani che ne producono un knock-off con la complicità dei Turchi che l'hanno adottato al posto dell'ora inesistente H&K 416. Esisterebbe o no l'H&K417? E l'M27 IAR sarebbe un Solomon Rifle modificato? E se il Pentagono si dovesse finalmente decidere a mettere un po' d'ordine nei suoi conti e nelle sue idee, e bandire una gara d'appalto per una nuova carabina che non finisca in nulla di fatto dopo anni di fondi buttati al vento in "ricerca", quante possibilità reali avrebbe il Solomon Delta di diventare il nuovo fucile d'assalto standard americano?

Ma direi che per oggi abbiamo già fatto abbastanza casino.

Per riassumere, correte subito a comprare "Liberty Charter: Territori Liberi" se non volete che Osama Bin Laden resusciti.


Max Balestra - Liberty Charter, Territori Liberi - Capitoli 1-3 by MaxBalestra

Progressi.


Nel corso del week-end ho finito di scrivere il primo atto del nuovo romanzo della serie Liberty Charter.

Sono spiacente, ma per leggerlo quelli tra di voi che non lavorano alla NSA dovranno aspettare ancora qualche mese.

lunedì 20 maggio 2013

Stiamo lavorando per voi.


Ok, lo so, blog abbandonato, mea culpa, ma eccovi un update.

Recentemente sono stato occupato e non ho potuto dedicarmi allo scrivere come avevo programmato, nondimeno il progetto per il secondo romanzo della serie Liberty Charter procede.

Nelle ultime settimane ho messo insieme una trama piuttosto avvincente e quasi completamente funzionante. Ci sono ancora un paio di nodi da sciogliere quà e là, alcune cose che non sono sicuro di voler includere, e in generale può essere ancora migliorata.

Ma piuttosto che aspettare di avere una trama impeccabile, ho preferito iniziare la stesura e perfezionarla lungo la via. Il primo atto del romanzo era comunque già ben definito. Iniziare a scrivere fà prendere il ritmo, cosa che secondo la mia esperienza aiuta anche con la trama.

Per quelli che hanno letto "Liberty Charter: Territori Liberi", la storia riprenderà più o meno da dove l'avete lasciata, poi la trama si dipanerà da lì seguendo, come nello stile del primo romanzo della serie, il quadro geostrategico degli eventi.

Non sono davvero pronto a fornire nessuna anticipazione a questo punto, ma la trama, già così com'è, offre tutte le opportunità per costruire una serie di avventure avvincenti pari a "Territori Liberi". Ci sono inoltre nuovi personaggi che credo potranno piacere, e l'opposizione è bella tosta.

Ciò che posso dirvi per certo è che, almeno nelle mie intenzioni, questo romanzo dovrebbe essere più breve di quello precedente, restando tra le 400 e le 500 pagine (stampate). Dico nelle mie intenzioni perché poi si tratta di controllarsi... Ma l'intenzione c'è. Ho fatto questa scelta perché il lettore oggi sembra preferire romanzi più brevi rilasciati più spesso (l'era di Tom Clancy e i suoi tecno-thriller di 900 pagine sembra davvero tramontata), e come autore io faccio un punto d'onore di venire sempre incontro al lettore.

E qui un appunto: non sarebbe male se anche i lettori facessero uno sforzo per venire un po' incontro all'autore, magari trovando cinque minuti per postare una breve recensione su Amazon (o su Anobii, Goodreads, o altra piattaforma similare).

Non solo per un autore indipendente, che non può contare su un editore per la promozione, il cosidetto tam-tam è essenziale per le vendite, ma sono arrivato alla conclusione che una delle prime cose che si impara quando si ha un libro sugli scaffali (scaffali virtuali in questo caso), è che non ricevere alcun feedback è infinitamente peggio di ricevere un brutto feedback. Preferisco una recensione da due o tre stelle che nessuna recensione. Perciò, su, fate lo sforzo. Bastano poche righe, anzi, meglio.

E lasciatemi anche dire, a costo di peccare di presunzione, che con l'editoria alla canna del gas come lo è in questo momento, noi autori indipendenti potremmo essere la vostra ultima speranza se sperate di continuare a leggere le storie che amate. Incoraggiarci è nel vostro miglior interesse di lettori.

Grazie a tutti e... si torna alla tastiera.

venerdì 12 aprile 2013

Tre milioni di luci spente



Potrà far piacere, e magari un pizzico di invidia, sapere che negli Stati Uniti ci sono romanzi autopubblicati in Kindle Direct Publishing che vendono tre milioni di copie.

E' il caso di "Lights Out", il cui autore, David Crawford, è un appassionato di escursionismo e sopravvivenza improvvisatosi scrittore. Il romanzo appartiene a un filone ormai diventato mainstream anche tramite serie Tv come "Jericho" e "The Walking Dead", quello survivalist, che descrive il collasso della società moderna dopo un qualche tipo di catastrofe naturale o causata dall'uomo. Si tratta di un genere diventato progressivamente di moda dopo gli attentati dell'11 Settembre 2001 ed eventi come il rovinoso Uragano Katrina di New Orleans del 2005. In particolare in "Lights Out", come suggerito dal titolo ("Luci Spente", in Italiano), la catastrofe è rappresentata dalla distruzione della rete elettrica nazionale degli Stati Uniti a mezzo di un impulso EMP generato dalla detonazione di testate nucleari in quota nell'atmosfera.

E allora il protagonista, un contabile di provincia di nome Mark Turner, sposato e abitante dei sobborghi con 2.5 figli (2 per la precisione) si ritrova sulle spalle l'oneroso compito di organizzare il suo vicinato "classe media" in un'entità cooperativa che possa provvedere alla sicurezza, al procacciamento del cibo, alla scolarizzazione dei bambini, alle necessità sanitarie.

Ed è questa la vera particolarità nascosta di questo tipo di storia, spesso trascurata in favore del catastrofismo: gli eroi sono gente comune. Padri, madri, figli, amici e vicini, costretti a mobilitarsi tutti insieme per la sopravvivenza.

Si tratta di un genere narrativo intrinsecamente libertario. In esso raramente lo Stato viene rappresentato come una forza positiva, e praticamente mai come indispensabile alla sopravvivenza. L'idea che lo Stato sappia ciò che è meglio per tutti, non riscuote un grande successo in questo genere narrativo.

La particolarità di "Lights Out" è anche di respingere sia il catastrofismo "fine di mondo" alla "The Walking Dead", sia il survivalism del tipo "io contro tutti", in favore invece di uno scenario in cui i "tempi duri" sono lunghi, ma non infiniti, e in cui la gente coopera come meglio può, piuttosto che lanciarsi in una lotta hobbesiana più o meno metaforica del mondo e della politica estera, alla George Romero. In "Lights Out", perfino il retroscena su chi e perché abbia attaccato gli USA distruggendone la rete elettrica, non viene investigato*, tagliando così fuori anche il cospirazionismo di sfondo alla "Jericho". La trama si dipana interamente intorno alla gente del quartiere di Turner e ai loro sforzi per sopravvivere.

Ed è questo probabilmente il segreto del successo popolare di "Lights Out", la cui trama è, a essere onesti, senza grandi sorprese, e i personaggi simpatici, ma non eccezionalmente intriganti. I protagonisti sono gente comune che reagisce a eventi provocati da forze più grandi di loro sulle quali non hanno nessun controllo. Al lettore viene proposto di identificarsi con un eroe che non è un uomo troppo diverso da lui, piuttosto che a uno che è in qualche modo "prescelto" o "speciale", uno che solo lui può salvare l'universo.

Visto il successo del romanzo, è partita una sottoscrizione online per la realizzazione di un film indipendente tratto dallo stesso (in effetti, contare su Hollywood sarebbe inutile), il trailer di presentazione, che potete vedere qui sotto, non lascia dubbi riguardo il tema della storia.



 

E' significativo vedere come l'autopubblicazione, tramite gli strumenti offerti da iniziative come KDP, riesca a riempire nicchie di mercato che la grande editoria (o cinema, o televisione) non riescono, o non vogliono, riempire, e ad identificare trends in anticipo, e io personalmente spero che il successo di esperimenti come "Lights Out" continui e si faccia sempre più significativo.

*Almeno finora. Sono a circa metà del romanzo.

giovedì 4 aprile 2013

Doctor Strangehyppolite.

"L’Europa sogna di diventare una grossa Svizzera fatta di neutralità, buone intenzioni, e senso di superiorità morale. Gli Stati Uniti sono divisi tra quelli che la pensano come gli europei, e quelli che sognano di tornare alla sana vita di campagna delle colonie originali. Più quelli che aspettano la fine del mondo." - Hyppolite Saintvil, politico haitiano.

Questa citazione da "Liberty Charter: Territori Liberi" appare in un articolo de Linkiesta a firma del mio coltissimo lettore Pietro Monsurrò.

I miei personaggi si mettono a dare lezioni di relazioni internazionali... Non lo so come finirà.


sabato 30 marzo 2013

Anche questo è scrivere.



Restare svegli fino a tardi a leggere un libro sul terrorismo e prendere appunti disordinati sul retro di una ricevuta.